“ Dove l’apprendimento allinea mente e cuore nel tuffo dentro di sè ”

Apprendimento mente cuore tuffo

Tratto dal libro “Allenamento specifico per l’Apnea” di Umberto Pellizzari

– Apnea Kid –


Conobbi quello che sarebbe diventato il mio maestro, Jacques Mayol, nel dicembre del 1990, a Parigi, durante il Salone della Subacquea. Avevo stabilito un mese prima il mio primo record mondiale all’Isola d’Elba, e circa la metà dei miei sommozzatori di sicurezza appartenevano alla sua squadra di assistenza.

Parlare con lui era molto difficile: i suoi fan si accalcavano a migliaia per avere un suo autografo. Mi strinse la mano e mi disse che aveva sentito del mio record e che gli assistenti elbani gli avevano parlato bene di me. Mi promise che appena avesse fatto ritorno all’Elba mi avrebbe chiamato e saremmo andati sott’acqua insieme.

lo immaginavo si sarebbe trattata di una “promessa da marinaio”, ma nell’aprile del 1991 Jacques mi chiamò e mi invitò all’Elba da lui.
Non me lo feci ripetere e due giorni dopo, il 13 aprile, per la prima volta, scesi in apnea con Jacques, con la leggenda di questa disciplina, nelle cristalline acque del mare elbano, proprio sotto casa sua.
Lo osservavo scendere incantato, non potevo credere ai miei occhi.
Alla fine dell’uscita feci anche qualche tuffo un po’ fondo, sotto il suo sguardo vigile.


Al termine dell’allenamento gli chiesi cosa ne pensasse di me come apneista. Lui, con disarmante sincerità, mi rispose:

«Tu di apnea non ne capisci assolutamente nulla!». Aggiunse: «Tu vai sott’acqua solo con le tue forze, di potenza, di muscoli. Il tuo obiettivo ogni volta che ti immergi è quello di conquistare qualcosa, in metri, in secondi. Per te conta solo la profondità. Se vuoi restare qui con me ad allenarti nei prossimi mesi non ti voglio vedere in acqua con orologi, computer, o qualsiasi cosa che ti leghi alla performance. L’unico tuo obiettivo deve essere quello di avere una sensazione più positiva ogni volta che scendi. In ogni tuffo devi vivere emozioni più belle rispetto al tuffo precedente».

lo gli risposi che lo avrei ascoltato e già il giorno dopo mi presentai in perfetta tenuta da apneista, ma senza computer. Da quel giorno in poi la mia zona di allenamento divenne una piccola baia a poche decine di
metri dal punto di entrata in mare. La profondità massima era di 12 metri!!

All’inizio, pur non avendo l’orologio, arrivavo sul fondo e li restavo quanto più potevo, allenandomi contro le contrazioni e cercando, anche senza riferimento temporale, il massimo dalla mia performance. Dopo qualche
ora Jacques ritornava e mi diceva che anche per quel giorno poteva bastare. Dopo tre settimane ero ancora li… non ne potevo più. Alla fine non avevo più neppure voglia di tirare, lottare contro le contrazioni, resistere. Ero assolutamente demotivato e non capivo a cosa potesse servire quell’allenamento in pochi metri d’acqua.

In quel periodo davano al cinema il celeberrimo film The Karate Kid. Mi ricordavo il passaggio in cui il ragazzo (karate kid, appunto), senza conoscere la ragione e l’utilità di quel gesto, lucidava decine di auto mettendo e togliendo la cera con movimenti particolari delle braccia. E io, in quei lunghi e interminabili momenti in quella baia, pensavo di essere “apnea” kid!

Apprendimento mente cuore tuffo

Apprendimento mente cuore tuffo

Apprendimento mente cuore tuffo

Ero li, continuavo e scendere e salire in pochi metri d’acqua, ma non potevo immaginare a cosa servisse. Per me tutto quello era assolutamente inutile. Avevo già fatto tuffi oltre i 75 metri e li scendevo al massimo a 12 metri!
Alla fine cercavo di far trascorrere il più velocemente possibile le ore che dovevo passare in quella baia facendo tuffi svogliato, senza pensare minimamente a dover tirare l’apnea: non avevo più voglia, ero demotivato.

E fu proprio in uno di questi tuffi che per la prima volta nella mia vita, nonostante avessi già stabilito un record di apnea, sentii cosa stavo facendo mentre scendevo. Sentivo la mia gamba, il mio piede, la mia pinna che mi spingevano in basso. Mi vedevo mentre muovevo le gambe per scendere e risalire. Vedevo e sentivo dove il mio corpo non era completamente rilassato e lì riuscivo a intervenire per ridurne lo stress.

Tutto questo per la prima volta.

Più mi rilassavo, e più avvertivo delle belle sensazioni: era quello che Mayol mi aveva posto come obiettivo dall’inizio.
Queste settimane trascorse in così poca acqua credo siano state le più importanti nella mia carriera di apneista.

La mia tecnica, rispetto all’anno precedente, era completamente cambiata. Ma non perché qualcuno mi avesse dato delle indicazioni sui miei errori tecnici: semplicemente mi ero basato sulle sensazioni e sul rilassamento.
Fossi stato da subito in mezzo al mare, con tutta la profondità a disposizione, probabilmente queste scoperte su me stesso, questo salto qualitativo non lo avrei mai fatto.

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